588a SEDUTA PUBBLICA

(Antimeridiana)

SCANU (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SCANU (PD). Signora Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi, non ritengo sia una cosa facile, né dozzinale, affrontare nell'Aula del Senato un argomento così importante e delicato; non lo è neppure per il Partito Democratico, all'interno del quale sono presenti numerose sensibilità, che è attraversato dal bisogno di esprimere coerentemente il proprio anelito verso la costruzione della pace e che vive in maniera sentita la propria aspirazione e vocazione ad essere partito di Governo. Per questo eviteremo dunque di dare pagelle alle altre forze politiche, rispettandone, per quanto ci è consentito fare, le determinazioni assunte.

Pertanto questa dichiarazione di voto, signora Presidente, colleghi, più che la manifestazione di una volontà, declinata magari all'interno di una discussione e di un dibattito talmente "domestico" da rischiare di essere dibattito "da cortile", vorrebbe poter essere un invito ad una comune riflessione e ad una condivisa assunzione di responsabilità.

Quello odierno, signora Presidente, colleghi, è uno dei rari momenti - benché il chiasso che mi accompagna non lo testimoni - nei quali il Parlamento dovrebbe essere chiamato a discutere della politica estera e di difesa del nostro Paese. Dovrebbe essere uno di quei momenti al limite della sacralità, nei quali tutto l'affetto e la partecipazione, tutto il sentimento - certamente onesto - che noi manifestiamo nei confronti di nostri soldati quando muoiono, possa essere espresso, esternato nei confronti dei nostri soldati quando lavorano. E non può essere ritenuto da alcuno che le modalità attraverso le quali si esprime la volontà del Parlamento - quindi le condizioni in cui il lavoro degli oltre 9.000 soldati si manifesta - non siano intimamente legate al livello di credibilità che noi abbiamo come classe politica.

Se noi ogni sei mesi ci ritroviamo in quest'Aula ad interrogarci, spesso in maniera capziosa, su questioni che il più delle volte hanno una dimensione assolutamente domestica e prescindono da una valutazione di scenario che possa conferire dignità, nobiltà e affidabilità alla nostra azione politica, come pretendiamo di poter essere considerati credibili, non solo dagli altri interlocutori politici nel resto del mondo, ma anche da quelle donne e quegli uomini che noi abbiamo mandato nei teatri a rappresentare il nostro Paese?

Non basterà, cari colleghi, l'aver inserito un nostro emendamento all'articolo 9 del decreto nel quale si impone - perché dopo tre anni di legislatura siamo dovuti ricorrere a questo! - al Governo di fare un passaggio in Parlamento ogni qualvolta viene adottato un decreto; non basterà quella prescrizione legislativa, se noi dovessimo essere orfani di un sentimento comune che ci metta nella condizione di stagliarci oltre le nostre individualità e, se mi è permesso, oltre la nostra aspirazione ad essere considerati «anime belle», nel momento in cui altri assumono su di loro la responsabilità di dare il via a che vengano indossate le divise e imbracciate le armi.

Mi ascolti, signora Presidente. Io credo che sia questo il vero crinale attraverso il quale si deve esprimere la volontà del Parlamento. La rissosità e le piccinerie della maggioranza e del Governo non intendiamo denunciarle ai fini di una bieca competizione elettorale. Lo facciamo, viceversa, per evidenziare il grave deficit che ciò determina a nostro carico sul piano internazionale. Noi come partito, lo dicevo poco fa, aspiriamo ad esportare non la democrazia di Bush ma affidabilità, responsabilità, coerenza, capacità di meritare la credibilità che invochiamo, sempre più spesso vanamente.

Ecco perché il voto che ci accingiamo ad esprimere, che sarà un voto favorevole, vorremmo venisse considerato come il sofferto, meditato, ragionato ma convinto contributo che noi diamo non solo nei confronti dei militari che ci rappresentano, non solo nei confronti delle Forze armate delle quali abbiamo tutti i motivi per essere fieri. Le Forze armate sono un ambito di straordinaria importanza del nostro Paese, e non sarebbe male se, una volta tanto, la politica cessasse di rivolgersi a queste con uno sguardo paternalistico, quasi a volerle avvolgere con la propria supponenza in una bolla dalla quale non potere, non dovere mai uscire.

Non è solo per queste ragioni, signora Presidente, che noi esprimiamo il nostro voto favorevole. Lo facciamo perché ci preme costruire la credibilità dell'Italia; lo facciamo perché ci preme far sì che la politica estera e di difesa del nostro Paese non venga ritenuta una giustapposizione di estemporaneità, una giustapposizione di improvvisazioni, la cifra di un modo di contendere la realtà fatta davvero di piccinerie.

Che tristezza, cari colleghi, vedere ridotta al rango di spesa, al rango di costo, al rango di onere finanziario la presenza, e quindi anche l'incolumità e la vita, di novemila persone nei teatri di guerra; che tristezza sentir dire da alcuni di noi che non dobbiamo più mantenere certi impegni nel teatro internazionale perché sono finiti i soldi; che tristezza dire che bisogna essere in qualche modo pacifici e pacifisti, quando poi si viene qua a chiedere la liberalizzazione nell'uso delle armi! (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Russo e Serra).

Ecco - e concludo - noi voteremo a favore, chiarendo a quest'Aula e al Paese intero che il nostro non è un sì di routine, non è un sì rinunciatario e tanto meno un sì ipocrita o rassegnato. Noi lavoreremo per un mondo più giusto insieme a ciò che faremo per un'Italia più giusta, ma non saranno certamente né le supponenze intellettuali, né gli orgogli di fede, né le nuove ideologie ad impedirci di fare fino in fondo, come costruttori di pace ma anche come costruttori della buona e giusta politica, la nostra parte. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Serra. Congratulazioni).


Pubblicato domenica 31 luglio 2011 alle ore 18:11.
Ultima modifica domenica 31 luglio 2011 alle ore 18:14.