SASSARI. Gian Piero Scanu, 57 anni, senatore del Pd, primo nelle preferenze alle elezioni per il Comune di Olbia, è indicato come il vero regista dell'iniziativa politica che ha condotto al successo la coalizione guidata da Gianni Giovannelli. La nuova alleanza ha superato la prova del voto e si accinge a governare la città dopo la lunga parentesi berlusconiana cominciata nel 1997. Ma qual è il significato della svolta olbiese? Perché il più berlusconiano dei candidati ha perso tanto nettamente? Cosa è lecito aspettarsi dalla compagine inedita che sostiene il sindaco? E prima ancora, cosa è accaduto veramente a Olbia e come è nata la prospettiva di un cambiamento così radicale? Scanu risponde a questo e altro. Senza diplomazie.
«E' accaduto che per la tracotanza e la stupidità dell'ex maggioranza e del Pdl Olbia si è trovata senza amministrazione. Ventuno consiglieri hanno ricevuto l'intimazione di dimettersi decretando così lo scioglimento del Consiglio».
E poi?
«Poi c'è stata la presa di posizione dura di Giovannelli, il quale finalmente, e sottolineo finalmente, ha ritenuto di passare a maggiori livelli di chiarezza denunciando le malefatte di chi ha costretto la città all'immobilismo, aggravato la situazione economica, provocato la fuga aziende importanti, isolato Olbia dal resto della Sardegna scippando anche la Sassari-Olbia. Giovannelli sostiene che ha vissuto la sua prima esperienza da sindaco nella camicia di forza dei padroni del vapore. Ha puntato il dito su fatti e persone, ha indicato responsabilità morali, non agitato fantasmi».
Ma com'è che vi siete inventati la nuova alleanza che poi ha vinto?
«Non ci voleva grande intelligenza politica. Bastava avere a cuore le sorti di una città particolarmente sfortunata, come sfortunata è stata l'Italia in questi anni, sottoposta a una razza padrona che si è distinta nell'occupazione del potere e delle istituzioni, ma anche di quelli che dovrebbero essere i centri della democrazia economica. Era necessario capire l'importanza della novità politica in atto. Giovannelli non è stato estraneo a responsabilità obiettive, ma ha espresso sincera contrizione. E noi sapevamo che aveva le potenzialità politiche per vincere».
Però nel Pd non tutti erano d'accordo.
«Nel Pd c'è stato chi inizialmente ha contestato il progetto, anche duramente. Poi le buone ragioni hanno avuto la meglio. Ma ha contato soprattutto la volontà degli olbiesi di non sentirsi più sotto schiaffo, di tornare ad avere una piena cittadinanza attiva, la forza della loro indignazione, il desiderio di risvegliarsi un mattino più liberi. Il partito lo ha percepito, abbiamo socializzato questa determinazione. Tutti i partiti hanno le loro istanze, anche legittime. Ma era necesario fare un passo indietro. Due considerazioni hanno prevalso su tutte. Primo: Giovannelli è un uomo onesto. Secondo: non potevamo fare a meno di lui».
Quanto ha pesato Berlusconi sulla campagna elettrale?
«Poco. Olbia è stata la città con più alto tasso di belusconismo. Si voleva trasformarla nella Versailles di un presunto monarca, che gabellava vantaggi da periferia dell'impero come un atto d'amore. E che Nizzi ha premiato con la cittadinanza onoraria. Ci hanno preso per i fondelli e sfregiato l'anima della città. Ma Olbia non ha l'anello al naso, è stanca delle balle spaziali di un bugiardo patentato».
Ora però arriva il difficile. Come si governa una città con una coalizione così eterogenea?
«Abbiamo un obiettivo politico alto: il ripristino delle regole democratiche e dei principi dello stato di diritto. Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo accettare una cessione di sovranità da parte di tutte le forze politiche. I partiti devono saper rinunciare a pretese anche legittime, superando egoismi e autoreferenzialità legate alle personali biografie e geografie. Senza dimenticare che nell'alleanza è rappresentata la società civile di cui Giovannelli è espressione».
Ma funzionerà?
«Ci dovrà essere intransigenza e trasparenza, molto rigore. Se mi guardo in giro e penso a gente come Scilipoti e i cosiddetti Responsabili sembra una missione impossibile. Ma questa è la strada. Ma se anche noi ci ridurremo a inseguire la «quadra» di Bossi, con la distribuzione di poltrone e con le correnti da blandire, non andremo da nessuna parte. Non si può indugiare di fronte alla disaffezione per la politica. Rischiamo di finire nell'antipolitica di nuovi ciarlatani eredi del berlusconismo».
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